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Foto Giu' le armi: la Siria riaccende una nuova stagione della guerra fredda

Il pensiero di Corrado Oppedisano, cofondatore del ForumSad Italia

Giu' le armi: la Siria riaccende una nuova stagione della guerra fredda

Stati Uniti e Russia litigano in Siria sull'egemonia del mondo

Il primo autunno ha portato un’aria gelida che avevo già sentito e conosciuto. Io scenario del “conflitto globale“ tra Usa e Russia è la Siria riaccende una nuova stagione della guerra fredda. E ad Aleppo si combatte a oltranza con migliaia di bambini uccisi. Unica concessione, una tregua di 8 ore a giorni.
Ho sperato non spirasse più quel vento freddo di guerra, pensando più volte che poveri e bambini indifesi potessero essere lasciati in pace. Ma in molti paesi del mondo, come in Siria oggi, la pace non c’è. Un conflitto che si poteva evitare, che si può ancora fermare, terminare. Ma le 8 ore di tregua concesse dai Russi e Siriani non indicano la fine ma una pausa immersa nel sangue. Penso al Vietnam e comprendo che la storia non ha insegnato, ma solo ricordato.
Stati uniti e Russia litigano in Siria sull’egemonia del mondo. Ad un anno esatto dall’ingresso militare della Russia, si parla di poche ore di tregua -e a fasi alterne - scompare il dialogo politico tra un summit e l’altro partono le bombe. Le cause stanno nei rapporti di forza tra Mosca e Usa, nel caos creatosi in un conflitto che rievoca antichi predomini. La nuova speranza oggi si chiama Losanna domani chissà.  
Un panorama di tensione internazionale all’interno del mediterraneo che diventata la tomba di chi fugge dalla morte dall’africa al medio oriente per trovarla e nell’Unione.

“ripeto a me stesso che la ricerca della pace non è mai la guerra. Un mondo perfetto è lontano. Un mondo migliore è nelle mani di ciascuno di noi. Quello che facciamo, quello che raccontiamo, conta, perché si può cambiare la storia nel senso della giustizia. La guerra non è mai stata gloriosa e mai lo sarà”.

Giù le armi - perché i grandi leader hanno il dovere di coltivare la pace tra solidarietà e coesione fra stati membri di una comunità umana. Tra i leader di ieri, che hanno costruito l’Europa, sulle ceneri di sanguinose guerre, e alcuni di oggi che guardano sino al loro naso - senza alcuna visione comune del futuro-, la solidarietà è venuta meno. In una condizione di incertezza sui grandi temi di politica internazionale, si amplifica l’assenza di una regia politica coesa e scarseggiano gli interlocutori dalla comprovata autorevolezza: “ognuno parla per se”.

Ad accentuare le difficoltà del groviglio Europeo tra severità contabile e austerity, arrivano, sotto choc- “un mare” di profughi. Vittime della follia delle guerre di Libia e Siria. Tanti verranno salvati dalla Marina militare Italiana, altri vagano tra l’Europa, la Turchia e il Medio Oriente, senza certezze per il loro futuro. Diecimila circa i morti negli ultimi tre anni e chissà quanti in fondo al mare senza nessuna sepoltura. «Ricordo Priamo, re di Troia quando supplicò Achille di restituirgli il corpo del figlio Ettore».

La capacità politica europea è attesa nella determinazione di imprimere le basi per il cessate il fuoco - ad iniziare dalla Siria-. Passaggio fondamentale per riorganizzare la pace, la distensione internazionale e l’attuazione di un piano strategico per la cooperazione internazionale. L’Europa è la porta naturale nel mediterraneo tra Oriente e occidente per scambi e dialogo, anello di una catena di intese e interessi socio economici, centrale per il futuro dell’area.

Tocca all’Europa spezzare l’altra catena, che genera morte, profughi, sfollati, respingimenti, intolleranza e con fermezza, senza restarne impigliata, con politiche di soccorso accoglienza e inclusione attiva.

Giù le armi, innanzi tutto, “politìque d’abòrd”. Prima la politica. La capacità istituzionale di attuazione delle politiche di “disarmo dei conflitti”. Un sistema multilaterale di “resa degli armamenti”, che rigeneri i protocolli e le relazioni tra stati, attraverso vaste concertazioni mirate alla cooperazione. La prevenzione dei conflitti deve essere l’imperativo delle politiche economiche di cooperazione internazionali di difesa e salvaguardia delle popolazioni più deboli e del loro patrimonio culturale. Solo attraverso una rete di misure concertate-globalmente si potrà vanificare il pericolo che si corre nei contesti di emergenza e sicurezza trascendano sino ad invocare l’uso delle armi.

L’assemblea generale ONU-1948, nella risoluzione 96 ha dichiarato che il genocidio è un crimine di diritto internazionale, contrario allo spirito e ai fini delle Nazioni Unite e condannato dal mondo civile; riconoscendo che il genocidio in tutte le epoche storiche ha inflitto gravi perdite all’umanità; convinte che la cooperazione internazionale è necessaria per liberare l’umanità da un flagello così odioso e devastante…..”
Da Auschwitz a Srebrenica non si è spezzato quel filo nero che alimenta odio e uccide “persone diverse”. Una luce di pace non dimentica i morti dei popoli sterminati. I Genocidi.
Durante il Natale del 1914 i militari nelle trincee smettono di sparare.Nella sanguinosa prima guerra mondiale, nelle trincee del fronte occidentale, militari semplici disobbedendo agli ordini superiori, fecero una tregua. Si trattò di un gesto spontaneo tra militari delle opposte fazioni. Non la organizzarono i comandi supremi - che la osteggiarono e la condannarono - fu l’iniziativa spontanea dei soldati in trincea.
Siria 2016. La strategia della morte non interrompe il suo percorso. La memoria ricorderà la Siria, non solo per il suo grande patrimonio culturale, in parte distrutto e razziato, ma per l’uso di una pesantissima offensiva militare e ancor peggio per la negazione di corridoi umanitarie e tregue. “Grandi manovre in medio oriente”.
A sei anni dall’inizio del conflitto i morti sono migliaia. Tanti bambini, tra i vivi e i morti. Un conflitto più lungo di una guerra mondiale che si inserisce nell’assedio di Aleppo in tutta la sua forza con circa 300 mila persone in balia di raid aerei, bidoni bomba e tagliatori di teste. La follia supera il disumano. Mentre nessun accordo di pace prevale, neanche la tregua di 48 ore garantita dal “povero” ambasciatore De Mistura che si è proposto a “scudo umano”.

Le notizie anticipano bambini denutriti, senza acqua, senza farmaci che brancolano in un mare di sangue e morte. L’incapacità politica internazionale di “ordinare la pace” mi stupisce ancora. Agenzie e social sono stracolmi di fotogrammi e video. E non può bastare un like per esternare tutta la rabbia e l’indignazione che provo. In un clima di passività collettiva, -che ci rende tutti “già morti”- , così terribilmente ridondante.

E’ proprio in questa corsa ad informare il mondo, si vede tutta la remissività plasmata sui social o su blog impegnati. Si accentuano le distanze tra la conoscenza e l’impegno politico. La capacità di reazione, le responsabilità che si hanno dall’essere cittadino, persona, essere umano.

Tutto appare virtuale. Neanche la coscienza si è lavata essendo stata informata. Anzi, la rabbia aumenta nel constatare la superficialità delle politiche estere dei paesi che dovrebbero intervenire e non “arbitrare” lo scontro.

Per il mondo virtuale “qualcuno se ne occuperà” . E per quello reale ?
Ognuno tende ad occuparsi del suo solo paese. Soli “sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole ed è subito sera“. Era ciò che scriveva Salvatore Quasimodo e che condivido nel realismo di una spiccata globalizzazione centrifuga, chi pensa solo al suo paese è già sconfitto.

Nel mondo della informazione il viaggio nella guerra Siriana è “narcotico”. Un altro bombardamento di notizie che volano sull’etere, - anche falsate – dove traspare la non protesta politica per la pace o forse non inetressa più . Mi sono chiesto chi manifesta oggi contro la guerra ? “rossi, neri” credenti, atei? Difficile da capire quando “troppi democratici e pacifisti ” stanno sugli aerei a lanciar bombe. E i network a documentare War live.

Quello che deve preoccuparci è l’accerchiamento delle informazioni che provoca la paura, la passività. E’ il terreno preferito dal fanatismo. “Forti con i deboli” imbevuto nell’invocazione del “diritto all’intolleranza”. Gli animali si distruggono per cibarsi. Gli esser umani ?

Fa riflettere il pluralismo riferito in ogni legge fondamentale dove nessun principio cardine invoca la guerra e il genocidio. Poi rifletto sulle osservazioni di Voltaire « Cosa ha prodotto il sangue di tanti milioni di uomini, il saccheggio di tante città? Nulla di grande, nulla di considerevole quasi tutta la storia non è che una lunga sequenza di inutili atrocità »

Del resto nessuno è immune nella distorsione delle relazioni umane. Ricordo mia madre quando mi raccontava della sua migrazione con mio padre. E del rapporto tra “foresti”. Da qui ho compreso che oggi gli immigrati sono gli stessi “poveracci” di allora. Oggi sono le “nostre” badanti, le “nostre” tate, persone molto vicine a noi. Vivono nelle nostre case, entrati a far parte, senza pregiudizio, della nostra vita, quella più intima, avendo affidato loro i nostri affetti più preziosi: i nostri vecchi, i nostri bambini, le nostre case.

L’assenza di una adeguata educazione civica e di una politica per la pace ci lascerà sempre più soli, dentro società sempre più sclerotica e intolleranti. Chi affronterà le difficoltà per dare senso alle politiche per la società, la pace, in un sistema di contrapposizione continua, dove c’è sempre bisogno di un nemico da combattere, un osso da mordere. Mi chiedo se la politica è immorale, vergognosa, incapace, da cosa e da chi è stata sostituita?. Chi c’è al suo posto? Chi governa questo millennio? Chi c’è al comando di questa “arca”. Persone, esseri umani o gli eserciti di Sauron? Chi vorrebbe l’esenzione dell’uso del cervello umano dalla politica e dal buon governo dal buon senso ?

E’ importante comprendere ciò, poiché nell’era della conoscenza e dell’informazione, fonte di nuove forme di un potere molto spesso anonimo, sono i cittadini a volte disorientati a difesa della “politica” – ma che non devono permettere a nessuno di rendere “normale” disuguaglianze, guerre, violenza e morte.

Sangue e morte non possono essere la civiltà, anche di un solo pezzo di mondo. Perché tutto ciò che non riusciamo a fermare ricadrà su poveri bambini innocenti, impauriti, abusati senza alcuna tregua.
Sono i bambini che frequentano la morte prima del gioco e della scuola. Che conoscono l’odore del sangue prima dei dolci e le mine prima dei giocattoli. La vera sconfitta è questa: la perdita di civiltà e del futuro strappato nei bambini di questa civiltà perduta e da ritrovare .

Una sconfitta che travalica la fede nella pace che ognuno di noi professa e coltiva liberamente nella sua vita, privata, sociale e politica. Nei confronti e nel rispetto dell’altro, verso il “nostro Dio”. Mente gli uomini si ostinano a non voler comprendere, che Dio non può volere la guerra.

Respingere la guerra è un impegno civile di ogni essere umano. Respingerla in ogni sua forma è compito della politica. Anche quella “venduta” sotto forma di sicurezza, trasmessa nel nome di un maledetto audience, analizzato dal comodo salotto di casa. La guerra è guerra e va bandita, prevenuta, evitata. In assenza di prevenzione ci sarà sempre qualcuno che invocherà nel nome della sicurezza i Generali- “ chiamati” dal popolo e dagli eventi per assumere la “nostra difesa” sopra il cadavere della cultura, della politica divenuta in allora “carne per squali”. La deriva la si comprende rileggendo la storia.

In tutto ciò, “Dio è morto”, - cantava Guccini-, e forse anche noi. “E’ morto ad Auschwitz” e ora sui barconi. Nelle braccia dei profughi, mentre perdono i loro figli oppure già morti nel grembo materno. Dio muore coi suoi bambini ad Aleppo, con la negazione di una tregua in un “antica lotta” tra Usa e Russia.

Ripeto che la negazione di una tregua umanitaria è la provocazione massima che aggiunge rabbia alle bombe. Vuole strappare il peggio dalle persone. Aleppo è una tragedia mondiale, un’altra mattanza senza numeri ne statistiche. Le agenzie Onu si sono già arrese, per “difficoltà di accesso ai territori”.

E rieccoci qua, a guardare decine di video e agenzie su donne e bambini ammazzati, per la sola colpa di essere nati in Siria. Si muore ancora per difendere un sacrosanto diritto alla vita.

Da studente ho ammirato il coraggio testimoniale e i racconti di Primo Levi. Oggi comprendo ancor di più la sua missione, rileggendo “ Se questo è un uomo” : “Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera, cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo che lavora nel fango, che non conosce pace che lotta per un pezzo di pane, che muore per un si o per un no(…)” E mi chiedo quanta strada resta da fare.

Aleppo sotto gli occhi vigili degli eserciti più potenti al mondo, urla la sofferenza nel cuore del Medio Oriente, dove la ragione ha già perso, e il “gioco Mosca – Washington” tiene il mondo con il fiato sospeso.

E’ chiaro che la posta in gioco va “oltre Damasco”. La forza che vuole battere la ragione. Nuove regole per il dominus del terzo millennio. Al popolo, testimone, vittima del conflitto, resta un paradossale “entusiasmo”: liberato dalle barbarie jihadiste da una parte e barili bomba dall’altra. Usa e Russia avrebbero potuto fermare tutto questo sin da subito, con un accordo, sembra sin banale.

Ma andiamo al centro della questione. Riposizioniamoci, dove la regola dell’unanimità blocca il consiglio di sicurezza mondiale delle NU. A 71 anni dalla nascita l’ONU un “punto nero” è ancora il mancato accordo sulla sua riforma. “Se si confonde il consenso con l’unanimità, si rischia di affidare a un pugno di paesi, o anche solo ad uno, un potere smisurato su questioni fondamentali, permettendo loro di tenere in ostaggio il resto del mondo. Se gli stati membri non trovano un accordo sulle modalità di riforma del Consiglio di Sicurezza, questo status rappresenterà il grande problema per efficacia e legittimità”.

Ban Ki-Mon su Aleppo- "Molti gruppi hanno ucciso tanti innocenti, ma nessuno così tanti come il governo della Siria, che continua a lanciare  bombe sulle zone abitate e tortura detenuti. Il futuro della Siria non deve dipendere dal destino di un solo uomo. Chiedo a tutti coloro che hanno influenza di mettere fine ai combattimenti in Siria e di dare inizio ai negoziati, perché non esiste una soluzione militare alla crisi ma soltanto la via della transizione politica”.
E’ di questi giorni il veto della Russia al Consiglio di Sicurezza Onu sulle proposte di risoluzione per il cessate il fuoco in Siria, in particolare ad Aleppo. Poi, il veto Usa sulla proposta Russa. Nessun accordo per 5 volte. Al netto dei veti, la Russia e la Siria concedono 8 ore di tregua umanitaria, chiamata “pausa”.
Mi chiedo quale Dio potrà rianimare la ragione “dei potenti” se, nelle “regole della guerra” i bambini pagano per primi con la vita se non destinati ad una vita da profughi o apolidi o chissà cos’altro. La speranza alloggia nei ricordi e nella storia. Come Kim Puch la bambina che piangeva spogliata dalle bombe al napalm inseguita da una nuvola nera di fuoco nel Vietnam del 1972. Dopo 44 anni ricordo che fu la disperazione ritratta in quella foto che piegò i generali di Washington, quando milioni di americani reagirono e scrissero al presidente Nixon “adesso basta, torniamo a casa”. Oggi, rispetto al 1972 le immagini sono tantissime. E le coalizioni anche. Ed è tutto in diretta video. L’immagine che risveglia dalla “narcosi collettiva” Omran il bimbo di Aleppo soccorso sotto le macerie è “il mio” simbolo. Composto e attento seduto sull’ambulanza. E’ certamente lui che ha già scatenare l’inizio della pace. Bella e atroce è la sua naturale dignità, accerchiata dal terrore. L’immagine di Omran salvato dai pochi medici rimasti ad Aleppo è piena di polvere, raffigura l’inferno. I suoi occhi sono vitrei spaventati. Si affidano alla poltrona dell’ambulanza, come se volesse, da li, “volare via verso una nuova vita”. La cornice è il buio, è il fumo delle bombe. Il caos della guerra (video Aleppo media center Raf Sanchez del Telegraph).
Omran è legato nella storia a Kim Puch. Tengono loro vivo il sacrificio dei tanti bambini colpiti dai conflitti. Come il piccolo Aylan Kurdi che giaceva senza vita a faccia in giù, tra le onde della spiaggia di Bodrum, in Turchia. Morto a 3 anni col fratello Galip di 5. Scappavano dalla guerra in Siria col padre: “Ho visto i miei figli scivolare via dalle mie mani”. Cosa c’è di più atroce?
Per i testimoni incapaci di reagire resta la rabbia dell’impotenza, di chi guarda e non sa che fare. Attorno all’indifferenza di coloro i quali nulla sanno, oggi è un giorno qualunque.
Una triste analisi sta nell’associare a queste tragedie umane le difficoltà “fisiche, della terra“ nel terzo millennio. L’allarme lanciato dalla “nostra terra”, che non esita a manifestare il suo malessere, con l’innalzamento degli oceani, l’aumento delle temperature o le siccità. Emergenze che si combinano tra loro mettendo a serio rischio le risorse di milioni di poveri, che muoveranno verso l’Europa.
Mi chiedo come sarà possibile colmare il divario tra ricchi e poveri unendo le persone, nel diritto alla vita se non si riescono a fermare i conflitti?
Proprio alla luce dei 17 SDG, e l’accordo di Parigi sul cambiamento climatico emerge la grave instabilità mondiale, su pace, diritti, e sicurezza che pregiudicano i progressi raggiuti sino a d oggi. Del resto i conflitti armati tesi a destabilizzare governance mondiali sono diventati lunghi e complessi.

La radicalizzazione da un altro canto minaccia - nella sua follia- la sicurezza delle città con decine di attentati difficili da prevenire. Estremisti sanguinari che dalla Libia, Iraq, Afghanistan, Sahel sino alle Yemen passando per il lago Ciad, alimentano uno scenario di terrore sopraffazione e morte.

“Non muri ma ponti” ripeteva Don Andrea Gallo. “la politica che divide il popolo alimentando paura e odio non potrà mai governare liberamente verso la pace e la concordia, poiché già segnata dall’ individualismo, che divide gli esseri umani e li pone l’uno contro l’altro ad inseguire il proprio benessere”

Pace - La ricerca della pace non è mai la guerra. La guerra, che in una forma o nell'altra ha accompagnato l'uomo fin dalle sue origini, agli albori della storia nessuno ne metteva in discussione la moralità: la guerra era semplicemente un fatto, come la siccità o la malattia; era il modo con cui le tribù e poi le civiltà cercavano di acquisire potere e risolvevano le loro divergenze.
Visti così tanti conflitti nel mondo sono difficili gli interrogativi che si pongono oggi sul rapporto fra guerra e pace e sui nostri sforzi per cancellare la prima con la seconda. Un mondo perfetto è lontano. Un mondo migliore è nelle mani di ciascuno di noi.
Quello che facciamo, quello che raccontiamo conta, perché possiamo cambiare la storia nel senso della giustizia. La guerra in sé non è mai stata gloriosa e mai lo sarà. Mai dobbiamo sbandierarla come tale. Come le ingiustizie contro le persone. Io alle ingiustizie non mi arrendo, tenendo ben presente l’inciso di Benjamin Franklin. “Esiste un momento in cui le persone devono decidere in maniera risoluta cosa fare. In caso contrario la deriva inesorabile degli eventi prenderà la decisione al posto nostro ”.

Corrado Oppedisano
Cofondatore ForumSad Italia
25/10/2016








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