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Foto Internet e Levi-Prodi, ecco la legge truffa

Il disegno di legge Levi-Prodi promette di regolamentare il mondo del web, ma solo in Italia

Internet e Levi-Prodi, ecco la legge truffa

Wikieconomy e vecchie burocrazie. Le leggi di cui l'Italia non ha bisogno

Milano, 20 ott. - Legge truffa o truffata la legge? C’è bisogno di tutta la nostra italica filosofia del “fatta la legge e trovato l’inganno” per decriptare un disegno di legge che molti, soprattutto nell’ambiente web, hanno già definito “legge truffa”.
Non sappiamo se sia la risposta “ad personam” che il governo ha riservato a Beppe Grillo (www.beppegrillo.it) o l’utopico tentativo di mettere uno scoglio ad arginare il mare dei blog.
Fatto sta che il disegno di legge Levi-Prodi, approvato lo scorso 12 ottobre, prevede un innalzamento delle pratiche burocratiche non solo per chi fa editoria on line ma, udite udite, anche per i blogger che scrivono senza fini di lucro.
Per le vetuste scartoffie burocratiche, legate alla carta stampata (alla quale il disegno di legge rinvia per la definizione di diffamazione a mezzo stampa), si annuvolano diverse aree grigie all’orizzonte.
La norma indica come prodotto editoriale “qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento che sia destinato alla pubblicazione quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso”.
Il disegno però non definisce cosa si intenda per blog e quale possa essere la differenza tra un blog personale ed uno di divulgazione di informazioni.

Il sottosegretario Levi si è affrettato a dichiarare che "lo spirito del progetto non è certo questo. Non abbiamo interesse a toccare i siti amatoriali o i blog personali, non sarebbe praticabile" aggiungendo che "sarà l'Autorità per le Comunicazioni a indicare, con un suo regolamento, quali soggetti e quali imprese siano tenute davvero alla registrazione. E il regolamento arriverà solo dopo che la legge sarà stata discussa e approvata dalle Camere".

C’è un concetto, tuttavia, nel quale la normativa rimane poco chiara: quella dell’ambito geografico. La norma sostiene che “i mercati rilevanti per il settore editoriale hanno, di norma, dimensione nazionale ma, qualora l’analisi evidenzi l’esistenza di mercati omogenei su base regionale o interregionale, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni può definire diversamente l’ambito geografico”. E i mercati internazionali? Un server in Taiwan e una sede nelle isole Tonga, per un sito con dominio non italiano, gestito da un italiano magari residente all’estero, rientrerebbe nelle norme restrittive del disegno di legge? Quale sarebbe il limiti? Quello di scrivere in italiano? La norma sarebbe la rovina dei siti che regalano spazio per i blogger, ma solo per quelli italiani.

In un paese scarsamente informatizzato ed altamente burocratizzato come l’Italia che rinvia le grandi scadenze sul digitale al 2012, che anziché rendere libero il Wi-Max ricorre ad un’asta per l’assegnazione delle frequenze alla quale permette di partecipare, in palese conflitto di interesse, anche le compagnie telefoniche, ci si domanda: avevamo proprio bisogno di questa norma?
Mentre il mondo va verso la Wikieconomy e la condivisione della conoscenza, l’Italia si incarta in burocratici e polverosi provvedimenti tesi, secondo quanto detta il disegno Levi-Prodi, a garantire pluralismo e concorrenza. E’ l’applicazione di vecchi teoremi a nuove economie. Ma riuscirà lo scoglio ad arginare il mare?

di Marcello Peluso
http://www.marcellopeluso.it
marcello.peluso@voceditalia.it
20/10/2007








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